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Lui & Lei

UN DENTISTA FUORI PROTOCOLLO


di La-mandria
07.08.2026    |    116    |    1 8.0
"Il rumore dei nostri respiri affannati andava lentamente placandosi, mentre il condizionatore della stanza emetteva un ronzio sottile, quasi un sussurro in sottofondo..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT



PREMESSA
1. Ogni riferimento a dentisti, igienisti, assistenti alla poltrona o studi odontoiatrici realmente esistenti è puramente casuale. Nessun Dottor Valenti è stato maltrattato, corrotto o sedotto nella stesura di queste pagine.
2. Le procedure descritte in questo racconto violano approssimativamente novantaquattro articoli del codice deontologico medico, oltre numerose norme sull'igiene nei luoghi di lavoro e qualsiasi protocollo di sterilizzazione noto al genere umano. Non provateci nel vostro studio di fiducia: il vostro dentista potrebbe non essere altrettanto affascinante, ma soprattutto potrebbe impugnare la siringa dell'anestesia anziché cedervi alla passione.
3. L'autrice declina ogni responsabilità per eventuali distrazioni durante la lettura. La storia nasce con il solo scopo di divertire, provocare e ribaltare il luogo comune dell'ambiente dentistico come luogo di terrore.
Se siete pronti a dimenticare la paura del trapano, mettetevi comodi. La seduta sta per iniziare.

***


Le sedute ad alta tensione del Dottor Valenti

L'odore di studio dentistico è una combinazione di garza sterile, mentolo sintetico e terrore mascherato da educazione. Un mix che di solito azzera qualsiasi pulsione vitale, trasformando chiunque in un condannato a morte con la mantellina azzurra pinzata al collo.
Di solito, appunto.
Ma il Dottor Vittorio Valenti non era un dentista ordinario, e io non ero decisamente nella mia giornata più razionale.
«Apra bene, per favore. Solo un po' di più... ecco, perfetto.»
La sua voce era un baritono morbido, una frequenza bassa che sembrava vibrare direttamente sullo schienale della poltrona anatomica.
Ero stesa a quarantacinque gradi, in quella posizione di totale vulnerabilità in cui i tuoi piedi ciondolano a mezz'aria e il tuo mento è offerto al mondo come un sacrificio azteco.
Vittorio si sporse su di me.
Indossava la mascherina chirurgica, ma gli occhi, di un nocciola caldo, incorniciati da sottili rughe d'espressione che tradivano un'inclinazione al sorriso, erano a pochi centimetri dai miei.
I suoi guanti in lattice nero profumavano leggermente di talco e vaniglia.
«Sentirà una piccola vibrazione» mormorò, avvicinando lo specchietto e la sonda metallica.
«Mi avvisi se le do fastidio.»
Fastidio.
La parola rimbalzò nella mia testa mentre la prima punta di lattice del suo dito indice si appoggiò delicatamente sul mio labbro inferiore per stabilizzare la presa. Non era una pressione clinica; era un tocco misurato, quasi uno sfioramento. Un brivido traditore scese lungo la spina dorsale, andandosi a insidiare esattamente dove una mantellina di carta assorbente non poteva offrire alcuna protezione.
«Tutto bene?» chiedeva lui, notando un mio quasi impercettibile sussulto.
Accennai un "m-m" gutturale, incapace di formulare sillabe di senso compiuto con la bocca spalancata e il tubo dell'aspirasaliva che uncina il mio angolo buccale come un pescatore sbadato.
Avevo passato le ultime sei settimane a procrastinare questa pulizia dei denti, inventando scuse ridicole con la segretaria, e ora mi ritrovavo a desiderare che quel manipolo ad ultrasuoni non smettesse mai di ronzare.
Vittorio lavorava con una precisione quasi ipnotica.
Ogni movimento era una coreografia studiata per ridurre al minimo il disagio, ma l'effetto collaterale era una vicinanza fisica devastante.
Il suo torace, protetto da un camice su misura sbottonato proprio quanto bastava per intravedere l'inizio di una t-shirt scura, sfiorava periodicamente la mia spalla a ogni cambio di strumento.
Il calore del suo corpo bucava la distanza di sicurezza medicale.
«Ha le gengive un po' sensitive oggi» osservò, piegando leggermente la testa.
Il suo respiro, caldo nonostante la mascherina, mi sfiorò la fronte. «O forse è solo tensione? Tende a serrare molto la notte, vero?»
Se avessi potuto rispondere, gli avrei detto che l'unica cosa che stavo serrando in quel momento erano le cosce sotto la gonna a ruota, per evitare di tradire quanto quell'esplorazione meticolosa stesse alterando il mio ritmo cardiaco.
«Faccia un bel respiro profondo con il naso» disse, riposizionando la lampada scialitica.
La luce dorata inondò il mio viso, creando un'atmosfera quasi teatrale.
«Tra un attimo passiamo al manipolo con la pasta lucidante. Ha il gusto alla fragola o alla menta piperita. Cosa preferisce?»
Alzai lo sguardo verso di lui. I suoi occhi sorridevano.
Cercai di articolare un "menta", ma quello che uscì fu un suono indefinito, un soffio che gli fece fare una piccola pausa.
Vittorio abbassò lentamente la mascherina sul mento.
Rivelò un sorriso perfetto — e ci mancava altro — ma soprattutto due labbra piene e una linea della mascella definita che rendeva la sua presenza fisica decisamente illegale in un ambiente sanitario.
«Menta» interpretò lui con una punta di malizia nella voce.
«Ottima scelta. Più rinfrescante.»
Intinse la testina rotante nella pasta e si riavvicinò.
Questa volta, per avere un raggio d'azione migliore, appoggiò la gamba destra contro il bordo della poltrona, proprio all'altezza del mio fianco. La pressione del suo tessuto contro il mio fu minima, ma l'effetto fu elettrico.
La testina morbida iniziò a ruotare sui miei denti con un ritmo costante, una carezza ruvida e calda che faceva formare una schiuma dolce e fresca. Ma non era la sensazione in bocca a distrarmi: era la sua mano sinistra. Per tenermi ferma la guancia, Vittorio aveva affondato delicatamente le dita lungo la mia mascella, sfiorando con il pollice il punto di snodo sotto l'orecchio. Un punto maledettamente sensibile.
Se esiste un girone infernale dedicato all'imbarazzo, ha sicuramente la forma di un tubicino di plastica trasparente che ti risucchia la mucosa della guancia mentre cerchi di sembrare una seduttrice fatale.
Fwiiip.
«Ops, mi scusi. L’aspirasaliva ha preso l’iniziativa,» mormorò Vittorio con un sorrisetto sghembo che gli increspò l’angolo della bocca. «Purtroppo ha un carattere un po' esuberante. Un po’ come il suo cuore, a giudicare da come le sta battendo la carotide qui sotto.»
La sua mano sinistra, fasciata nel guanto di lattice nero, non si era mossa dal mio collo. Il suo pollice continuava a tracciare piccoli cerchi impercettibili proprio sopra il punto in cui il sangue pompava a ritmo frenetico. Era una mossa spietata, un’invasione tattica mascherata da scrupolo professionale.
«Allora» continuò lui, riprendendo lo specchietto, «il quadro generale è ottimo.
Smalto forte, gengive sane... anche se noto una certa... tensione nell'articolazione temporo-mandibolare. Lei serra. E non solo i denti, ho l'impressione.»
Mi sarebbe piaciuto rispondere con una battuta fulminante delle mie.
Il problema era che avevo la bocca spalancata, un divaricatore di plastica trasparente che mi trasformava il viso in una smorfia tra il grottesco e l'angosciato, e una dose massiccia di saliva alla menta che minacciava di soffocarmi.
L'unica cosa che riuscii a produrre fu un suono a metà tra un borbottio e un singhiozzo: «Gnnngh-fff!»
«Pienamente d'accordo» annuì lui con assoluta gravità, come se avessi appena citato un grande filosofo. «La pensavo esattamente allo stesso modo.»
Si chinò ancora di più. La distanza tra i nostri visi si azzerò al punto che potevo contare le pagliuzze dorate nelle sue iridi.
Profumava di pulito, di bucato fresco e di un profumo legnoso che non aveva alcun diritto di esistere in uno studio medico.
Il suo ginocchio, ben piantato contro il fianco della poltrona, faceva una pressione costante, un punto d'ancoraggio caldo che inviava scariche elettriche direttamente verso il basso.
«Ora faremo una piccola prova di sensibilità termica» disse, la voce scesa di un’ottava. Diventata quasi un sussurro.
«Un getto d'aria fredda sul colletto del canino superiore. Se sente una scossa... beh, mi stringa pure la mano.»
Fece scivolare la mano destra lungo il mio braccio. I polpastrelli di lattice scivolarono sulla pelle nuda della mia spalla — benedetta la canottiera in seta che avevo scelto quella mattina dopo quaranta minuti di crisi d'identità davanti all'armadio — per poi scendere lungo il bicipite, sfiorare il polso e intrecciare le sue dita con le mie.
Un gesto clinico? Certo, come no.
«Pronta?» chiedeva.
Sgranai gli occhi. Il getto d'aria colpì il dente. Una scossa gelida e acuta mi attraversò la mascella.
Invece di ritirarmi, la mia reazione d'istinto fu di stringere la sua mano con la forza di una morsa. E, complice il riflesso condizionato, contrassi anche la schiena, inarcandola leggermente sulla poltrona.
Il movimento portò il mio petto a pochi millimetri dal suo gomito.
Vittorio non si ritirò. Anzi, la sua presa sulla mia mano si fece ancora più salda, calcolata, quasi possessiva. Il suo sguardo scese per un millisecondo sul mio collo, dove la pelle si era coperta di una pelle d'oca istantanea, per poi risalire lentamente verso i miei occhi.
«Sensibile,» mormorò. E non stava guardando il dente. «Molto sensibile.»
«Mhh-mhh,» confermai, la voce soffocata.
«Bene. Allora direi che dobbiamo passare a un trattamento più... avvolgente.»
Si voltò un istante per posare la siringa ad aria sul vassoio di metallo, e fu lì che accadde il disastro. O la svolta, a seconda dei punti di vista.
Nel movimento, il tubo di gomma dell'aspirasaliva si incastrò nel pizzo della mia spallina.
Io feci per spostarmi, lui si chinò contemporaneamente per sganciarlo, e il risultato fu un tamponamento frontale da manuale.
La sua fronte urtò la mia, il divaricatore di plastica volò via come un boomerang sparato a mezz'aria andandosi a schiantare contro il quadro di un dente molare stilizzato, e Vittorio perse l'equilibrio, finendo con entrambi i gomiti piantati sui braccioli della mia poltrona, esattamente sopra di me.
Ci fu un secondo di silenzio assoluto.
Il ronzio dell'aspiratore sullo sfondo era l'unico suono rimasto.
Ero stesa sotto di lui, i capelli sparpagliati sul poggiatesta, la bocca finalmente libera dal pezzo di plastica ma dolorante per la risata che cercavo disperatamente di trattenere.
Vittorio mi fissava dall'alto, a tre centimetri dal mio naso. Aveva la mascherina completamente spostata di lato, un ciuffo di capelli castani che gli ricadeva sulla fronte e un’espressione in cui la professionalità sanitaria era morta, sepolta e dimenticata.
«Tecnica di sedazione profonda» disse lui, senza scomporsi di un millimetro. «È un nuovo protocollo approvato dal Ministero.»
«Ah sì?» riuscii finalmente a dire, la voce rauca, ritrovando l'uso della parola. «E cosa prevede il protocollo, Dottore?»
I suoi occhi si abbassarono sulle mie labbra, ancora lucide per la pasta alla menta.
«Prevede che la paziente smetta di fare la difficile» mormorò.
La sua mano libera risalì lungo il mio fianco, superò il bordo della gonna e si posò con una decisione del tutto priva di scrupoli medici sulla mia vita, tirandomi leggermente verso di sé. «E che l'operatore passi all'ispezione manuale.»
«Guardare ma non toccare, mi pare fosse la regola base dell'igiene» stuzzicai, sentendo il cuore battermi in gola, mentre il contatto della sua mano attraverso il tessuto leggero mi faceva divampare il sangue.
Vittorio fece un piccolo sorriso furbo, abbassando la testa finché le sue labbra non sfiorarono l'angolo della mia bocca, spandendo un calore improvviso che mi azzerò qualsiasi capacità logica.
«Signorina» mormorò al mio orecchio, la voce ridotta a un raschio denso, «io sono uno specialista. E le assicuro che la sua cavità orale è l'ultima cosa che ho intenzione di esaminare adesso.»
Il clic metallico della serratura che scattava fu il suono più erotico che avessi mai sentito all'interno di una struttura sanitaria accreditata.
Vittorio si era allontanato per tre secondi esatti — il tempo di raggiungere la porta dello studio, girare la chiave con un colpo di polso morbido e disattivare l'interfono con un tocco aggraziato ma perentorio.
«Se la segretaria chiede qualcosa» disse riavvicinandosi con passo lento, «le dirò che stiamo eseguendo una manovra di disincastro mandibolare ad alta complessità.»
«Molto professionale» bisbigliai, sentendo la gola secca nonostante la schiuma alla menta di poco prima.
Mi riassettai leggermente sulla poltrona, ma senza alcuna reale intenzione di ricompormi.
La gonna a ruota era scivolata indietro, scoprendo le ginocchia e una porzione generosa di coscia che la luce della lampada scialitica illuminava con precisione quasi anatomica.
Vittorio si fermò ai piedi della poltrona.
Si sfilò i guanti di lattice nero con un gesto lento, quasi teatrale, facendo schioccare la gomma contro i polsi. Il suono produsse un eco secco nella stanza insonorizzata. Sotto i guanti, le sue mani erano calde, con vene affusolate che risalivano lungo gli avambracci scoperti dalle maniche arrotolate del camice.
«Lei non ha idea» mormorò, azionando il pedale della poltrona per reclinarmi ancora di più, finché non fui quasi completamente orizzontale, «di quanto sia difficile mantenere la concentrazione quando una donna con la passione per il pizzo nero e lo sguardo di chi sa esattamente cosa vuole si stende su questa sedia e mi fissa come se il trapano fossi io.»
Risi, un suono basso e vibrante. «Dottore, il trapano ha un fascino innegabile. Tante vibrazioni, molta frequenza...»
«È una provocazione insolente» replicò lui, azzerando la distanza.
Si piegò su di me, appoggiando un ginocchio sul bordo del sedile, e posò le mani nude sulla mia vita. Il contatto pelle contro pelle, i suoi polpastrelli caldi che penetravano la seta sottile della maglia, mi fece sfuggire un piccolo sospiro improvviso.
«Non è una provocazione, Dottore. È una valutazione sul campo. E lei sta dimostrando un'eccellente attitudine alla pratica.»
Le sue labbra trovarono finalmente le mie. Non fu un bacio medico, né un bacio timido: fu un'invasione graduale, profonda, liquida e calda.
Il sapore della menta piperita si mescolò al gusto maschile e pulito del suo respiro.
La sua lingua cercò la mia con la stessa sicurezza con cui manovrava i suoi strumenti di precisione, ma con una fame che non aveva nulla di scientifico.
Mi aggrappai al colletto del suo camice, tirandolo verso di me. Sotto il cotone rigido, i suoi muscoli erano tesi, rigidi per il desiderio trattenuto troppo a lungo. Con una mano risalii lungo la sua nuca, affondando le dita nei suoi capelli castani, folti e morbidi, mentre l'altra mano scivolava lungo la sua schiena, spingendolo ancora più giù.
«Vittorio...» mormorai contro la sua bocca, interrompendo il bacio solo per riprendere aria.
«Dimmi» rispose lui, scendendo con la bocca lungo la linea della mia mascella, baciando il punto sensibile sotto l'orecchio che prima aveva solo sfiorato, fino a raggiungere il collo. Lì diede un piccolo morso leggero, un assaggio calcolato che mi fece inarcare la schiena d'istinto.
«L'aspirasaliva... sta ancora funzionando?»
Vittorio si fermò un istante, ridacchiando contro la mia pelle. La sua risata calda mi fece prudere il petto.
«Sei incorreggibile. La macchina russa a vuoto, ma ti assicuro che l'unico risucchio di cui dovresti preoccuparti non proviene da quel tubo.»
Con un movimento fluido, fece scivolare la mano destra lungo il mio fianco, risalendo sotto la gonna a ruota. La stoffa si arricciò attorno alla mia vita mentre le sue dita calde e prive di lattice sfioravano l'interno della mia coscia. Il contrasto tra l'ambiente sterile e asettico dello studio — i vassoi d'acciaio inox, i cartelli con le istruzioni per il lavaggio delle mani, la sagoma rigida del microscopio operatorio — e il calore devastante di quel tocco creava un cortocircuito mentale irresistibile.
Le sue dita trovarono il bordo della lingerie in pizzo.
Vittorio non ebbe fretta. Tracciò l'elastico con un'accuratezza quasi chirurgica, applicando una pressione minima ma costante che mi fece trattenere il fiato.
«Pressione ottimale?» chiese, la voce ridotta a un soffio profondo contro il mio decolleté, dove la scollatura si era spostata rivelando l'inizio del seno.
«Aumenti il dosaggio» risposi con un filo di voce, chiudendo gli occhi mentre la sua mano scivolava finalmente oltre la barriera di pizzo, trovando il calore umido e febbrile che lo stava aspettando.
Il contatto diretto mi fece sfuggire un gemito che risuonò nitido nella stanza insonorizzata. Vittorio sorrise sulla mia pelle, muovendo il tacco della mano con una lentezza tortuosa che mi stava facendo perdere qualsiasi residuo di autocontrollo.
«Ha una sensibilità straordinaria» mormorò, con un'ironia sottile che mi incendiò il sangue. «Dovrò verbalizzare questa reazione sul suo diario clinico.»
«Si azzardi... e le boccio l'intera categoria professionale...» ansimai, afferrando i suoi fianchi con le gambe, avvolgendolo con la gonna che ormai ci copriva entrambi come un drappo improvvisato.
Vittorio si sollevò leggermente sui gomiti, fissandomi negli occhi con un'intensità che non lasciava spazio ad alcun dubbio.
Con un gesto rapido si sbottonò i pantaloni, liberandosi con un unico movimento fluido.
Quando tornò a posizionarsi tra le mie gambe, la sensazione del suo corpo caldo e teso contro di me spazzò via ogni battuta sagace.
Si spinse dentro di me con un'unica spinta decisa e profonda.
Un brivido violentissimo ci attraversò entrambi: io spalancai la bocca per respirare, lui piegò la testa all'indietro, emettendo un verso basso, gutturale, quasi un ruggito trattenuto a stento.
La poltrona da odontoiatra, progettata per garantire stabilità ed ergonomia durante delicate operazioni, venne messa a dura prova. A ogni spinta di Vittorio, il meccanismo idraulico emetteva un leggerissimo e ritmico sfiato d'aria, una specie di accompagnamento meccanico al suono dei nostri corpi che si univano e al ritmo sempre più incalzante dei nostri respiri.
«Vittorio...» implorai, stringendomi a lui, le mani piantate sulle sue spalle muscolose mentre lui aumentava il ritmo, profondo e inesorabile.
«Guardami» disse lui con voce rauca, prendendomi il mento con due dita per costringermi a fissarlo. I suoi occhi erano scuri, dilatati, privi di qualsiasi patina professionale. «Dimmi che questo è il miglior trattamento che tu abbia mai ricevuto.»
«È... un abuso... di professione...» riuscii a dire tra un respiro affannato e l'altro, prima che la sensazione travolgente dell'acme iniziasse a montare dalla pancia verso il petto.
«Allora denuncia pure» sussurrò lui, accelerando ancora, spingendosi al fondo fino a farmi perdere qualsiasi cognizione del tempo e dello spazio. «Ma solo dopo che abbiamo finito la seconda seduta.»
L'orgasmo mi travolse con la violenza di un'onda piena: contrazioni forti, calde, ininterrotte che mi fecero inarcare contro di lui mentre trattenevo a stento i gridi. Vittorio mi seguì pochi secondi dopo, affondando dentro di me con un ultimo movimento profondo e tremando contro la mia spalla mentre si svuotava completamente.

Tre settimane possono sembrare un'eternità quando l'oggetto dei tuoi pensieri non è la salute del tuo smalto, ma la memoria tattile delle mani di un uomo che indossa il camice come se fosse un abito da sera.
Quando varcai di nuovo la soglia dello studio, la sala d'attesa era deserta.
Nessun bambino piagnucolante, nessun anziano intento a sfogliare riviste del 2018.
Solo il silenzio ovattato della moquette e l'odore inconfondibile di disinfettante.
La porta dello studio si aprì prima ancora che potessi avvicinarmi al banco della reception.
Vittorio era lì, appoggiato allo stipite.
Questa volta non indossava il camice, ma una camicia scura con le maniche arrotolate fino ai gomiti, che mettevano in mostra avambracci tonici e una pelle dorata che non ricordavo così d'impatto.
«In anticipo sulla tabella di marcia, signorina» disse, facendomi cenno di entrare con un cenno del capo. «Mi piace la puntualità nelle pazienti a rischio.»
«Il mio dente da latte tardivo richiedeva un'attenzione immediate, Dottore» risposi, sfilandomi il soprabito e lasciando scoperti un paio di pantaloni neri aderenti e una camicetta di seta bordeaux sbottonata quel tanto che bastava per destare sospetti leciti.
Non appena la porta si chiuse, la serratura scattava con il solito, delizioso clic.
Vittorio non perse tempo a fare convenevoli. Mi afferrò per i fianchi prima ancora che arrivassi a metà stanza, spingendomi delicatamente ma con fermezza contro il retro della porta blindata. Il contrasto tra il legno freddo dietro la schiena e il calore del suo corpo che mi schiacciava con decisione fu immediato.
«Niente mantellina azzurra oggi?» mormorò, affondando il viso nel mio collo e aspirando il profumo della mia pelle con una fame trattenuta a stento. Le sue labbra trovarono il punto esatto tra la spalla e la mandibola, lasciando un bacio umido e profondo che mi fece sfuggire un sospiro roco.
«Ho pensato che fosse d'intralcio ai protocolli clinici» ansimai, facendo scivolare le mani sotto la sua camicia per sentire la grana calda e soda della sua schiena. «E poi... mi pare che lei preferisca l'ispezione diretta.»
«Assolutamente» disse lui, risalendo con la bocca fino a catturare le mie labbra in un bacio denso, possessivo, che sapeva di menta e desiderio puro. La sua lingua si fece strada con la confidenza di chi conosce già il territorio, esplorando ogni angolo mentre una delle sue mani scendeva lungo la mia schiena per afferrare la nuda pelle delle mie natiche, sollevandomi leggermente.
«Vittorio... la poltrona idraulica ci aspetta?» mormorai contro la sua bocca, ridacchiando per la mancanza d'aria.
«La poltrona è superata» rispose lui con un sorriso malizioso tra un bacio e l'altro.
«Oggi testiamo la stabilità della scrivania direzionale in noce massello. È un test di carico fondamentale.»
Mi sollevò di peso senza alcuno sforzo, facendomi sedere sul bordo della grande scrivania in pelle e legno che troneggiava al centro della stanza. Con un colpo di mano teatrale, spazzò via un blocco di ricette mediche e un paio di campioni gratuiti di dentifricio, che volarono sul pavimento con un rumore sordo.
«Dottore, sta distruggendo la sua contabilità!» protestai finta-indignata, mentre le sue dita iniziavano a sbottonare i bottoni della mia camicetta uno ad uno, lentamente, con una precisione tormentosa.
«La contabilità può attendere. La sua anatomia no» replicò, aprendo i lembi di seta e rivelando il reggiseno in pizzo nero che tratteneva a stento il mio seno ansante.
Vittorio si fermò un istante ad ammirare lo spettacolo, gli occhi scuri che bruciavano di un'intensità quasi primitiva. Si chinò, leccando la curva superiore del mio seno sinistro prima di afferrare il pizzo con i denti e tirarlo verso il basso, liberando il capezzolo turgido.
Un brivido violentissimo mi attraversò da parte a parte quando la sua lingua profonda e calda avvolse la punta, succhiandola con un ritmo lento e cadenzato che mi fece inarcare la schiena d'istinto. I miei pantaloni sembravano improvvisamente troppo stretti, una prigione di tessuto che limitava un calore diventato insopportabile.
«Vittorio, toglimeli... ti prego» implorai, affondando le dita nei suoi capelli e spingendo il suo viso ancora più a fondo contro il mio petto.
Lui si alzò un secondo, la respirazione pesante.
Con gesti rapidi e impazienti, sbottonò i miei pantaloni e li sfilò lungo le mie gambe insieme agli slip, lasciandomi completamente nuda dalla vita in giù, seduta sopra la pelle fredda della scrivania.
Il contrasto tra il legno freddo sotto le cosce e l'aria calda della stanza mi fece tremare, ma la vista di Vittorio che si liberava della camicia e della cintura con gesti fluidi azzerò ogni mia capacità di pensiero logico. Aveva un fisico scolpito, le spalle ampie e una scia di peli scuri che scendeva verso l'addome scolpito, sparendo dentro i pantaloni sbottonati.
Si posizionò tra le mie gambe aperte.
Le sue dita, calde e prive di qualsiasi barriera di lattice, cercarono la mia intimità, trovandola già bagnata, febbrile e pronta per lui.
«Guardami,» disse, facendomi scivolare due dita all'interno con una spinta fluida che mi fece emettere un gemito acuto, risuonato chiaramente nella stanza.
«Dimmi chi è il tuo medico di fiducia.»
«Sei un... arrogante... sfacciato...» ansimai, muovendo i fianchi contro la sua mano che lavorava con una lentezza calcolata, sfiorando il clitoride con il tacco del palmo a ogni movimento.
«Risposta errata» mormorò lui, aumentando la pressione e spingendo le dita più a fondo, mentre con l'altra mano mi afferrava la coscia per tenerla ben aperta.
«Riprova.»
«Sei tu, Vittorio... solo tu... oh Dio!» gridai quasi, quando il suo pollice iniziò a tracciare cerchi veloci e concentrati sul punto più sensibile, portandomi al limite di un primo, improvviso orgasmo che mi fece tremare le gambe sul suo bacino.
Non mi lasciò il tempo di riprendere fiato.
Prima che le contrazioni muscolari si placassero, Vittorio si posizionò esattamente all'ingresso della mia cavità bagnata, guidando il suo membro teso e caldissimo contro di me.
Si spinse dentro con un'unica, profonda e inesorabile spinta che mi riempì completamente.
Un verso gutturale gli sfuggì dalla gola mentre affondava fino in fondo, bloccandosi per un istante per assaporare la stretta calda delle mie pareti attorno a lui. Io avvolsi le gambe attorno alla sua vita, tirandolo ancora più vicino, sentendo il suo bacino battere contro il mio.
«Questa... è la fase intensiva...» mormorò con voce rauca, iniziando a muoversi con un ritmo lento e profondo che faceva scricchiolare la scrivania di noce ad ogni spinta.
«Sì... continua così... non fermarti...» implorai, persa totalmente nella sensazione della sua carne dentro la mia.
A ogni sua spinta, la mia schiena strofinava contro la pelle della scrivania, creando una frizione elettrica che alimentava il fuoco nella pancia.
Vittorio aumentò il ritmo. Le sue spinte diventarono più veloci, vigorose, quasi selvagge, spogliate di qualsiasi eleganza da studio medico. Le sue mani mi stringevano i fianchi con una forza che avrebbe sicuramente lasciato dei piccoli segni, ma era esattamente quello che desideravo.
«Vittorio... sto per...» le parole mi si incepparono in gola mentre un secondo orgasmo, ben più potente del primo, iniziò a montare come una marea.
«Vieni con me» ruggì lui al mio orecchio, afferrandomi la nuca e baciandomi con una violenza sensuale che mi tolse il respiro.
Aumentò le spinte fino a un ritmo parossistico.
Il suono dei nostri corpi che si schiantavano l'uno contro l'altro, unito ai nostri respiri affannati e ai gemiti non più trattenuti, riempì l'ambiente sterile trasformandolo in un tempio di passione profana.
L'esplosione arrivò contemporaneamente. Io mi inarcai contro di lui, urlando il suo nome mentre le mie pareti lo stringevano in contrazioni spietate, e Vittorio si bloccò dentro di me con un ultimo, profondo affondo, tremando violentemente mentre si svuotava del tutto all'interno della protezione, rilasciando la sua tensione accumulata con un sospiro lungo e liberatorio.
Rimanemmo allacciati per lunghi minuti sul bordo della scrivania in noce.
Il rumore dei nostri respiri affannati andava lentamente placandosi, mentre il condizionatore della stanza emetteva un ronzio sottile, quasi un sussurro in sottofondo.
Vittorio teneva il viso affondato nell'incavo tra il mio collo e la spalla, la pelle ancora madida di sudore e i muscoli della schiena leggermente contratti che si rilassavano a poco a poco sotto le mie dita. Potevo sentire il battito del suo cuore, un ritmo profondo e tamburellante contro il mio petto, e i suoi baci leggeri, grati, che risalivano lentamente verso la linea della mia mascella.
«Allora...» mormorai alla fine, riaprendo gli occhi e fissando il soffitto bianco dello studio dove le lampade scialitiche erano rimaste spente e inutilizzate. «Come giudica questo secondo intervento?»
Vittorio si staccò lentamente da me. I suoi occhi scuri, solitamente così controllati e professionali, erano ancora velati da una sfumatura calda e liquida. Mi guardò dall'alto con un sorriso sghembo, le labbra leggermente gonfie per i baci, e un'espressione colma di una soddisfazione quasi sfrontata.
«Direi che la diagnosi è confermata» disse con voce ancora bassa e rauca.
Si sfilò con un movimento lento e deliberato, facendomi sfuggire un piccolo brivido involontario per l'improvvisa sensazione di vuoto. Si ricompose con una calma snervante, rivestendosi davanti a me senza la minima fretta. «Lei soffre di una grave forma di dipendenza dal suo odontoiatra.»
«O forse è l'odontoiatra che ha trovato una paziente decisamente troppo stimolante per i suoi standard?» stuzzicai, facendomi scivolare giù dalla scrivania.
Le gambe mi tremavano ancora leggermente per l'intensità di poco prima.
Mi ricomposi alla meglio: recuperai gli slip dal pavimento, infilai i pantaloni e cercai di rimediare ai danni sulla camicetta bordeaux. I bottoni superstiti bastavano appena a coprire il pizzo del reggiseno, e il tessuto di seta portava evidenti i segni delle sue mani.
Vittorio mi guardò specchiarsi nel vetro del quadro con il molare stilizzato. Mi si avvicinò da dietro, avvolgendomi la vita con le braccia e appoggiando il mento sulla mia spalla. Nel riflesso, le sue mani scure contrastavano con la seta del mio abito.
«Entrambe le cose» mormorò al mio orecchio, sfiorando con la lingua il lobo sensibile dell'orecchio prima di dare un piccolo morso leggero. «Entrambe le cose.»
Si staccò a malincuore, camminò verso la sua sedia direzionale, fece clic su un paio di tasti del computer e stampò un foglio che la stampante laser sfornò con un sibilo discreto.
Lo prese, lo firmò con un colpo di penna elegante e me lo porse con fare solenne.
«Cos'è? La fattura?» chiesi, sistemandomi un ciuffo di capelli ribelli e guardandolo con un sopracciglio alzato.
«È una prescrizione terapeutica obbligatoria» rispose lui, mettendosi le mani in tasca e fissandomi con una malizia del tutto priva di pudore.
«Terapia d'urto: una seduta a settimana, possibilmente a porte chiuse e fuori dall'orario di visita. La prima somministrazione è prevista per venerdì sera... a cena da me. E le anticipo che il dessert non prevede l'uso dello spazzolino.»
Allungai la mano per prendere il foglio.
Nell'afferrarlo, i nostri polpastrelli si sfiorarono di nuovo, e fui io, questa volta, a fare un passo avanti.
Gli afferrai il colletto della camicia scura, tirandolo verso di me per stampargli un ultimo bacio deciso, profondo, che lo fece sorridere contro le mie labbra.
«Varrà la pena di fare un po' di straordinario, Dottore» mormorai a un millimetro dalla sua bocca, infilando il foglio piegato nella borsetta.
«Ci vediamo venerdì. E veda di essere puntuale.»

Vacca 24


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